VIII CONGRESSO REGIONALE

DOCUMENTO

Note aggiuntive alle tracce di discussione per il dibattito

pagina 2 Premessa. L'impegno della Cisl per un'equa distribuzione della ricchezza, per un nuovo modello di democrazia, di giustizia e di nuove libertà
pagina 3 Attualità del popolarismo della Cisl sarda. La tutela del lavoro, la promozione e l'affermazione dei diritti di cittadinanza come diritti della persona, partecipi anche di una identità collettiva
pagina 4 Il Patto dei Sardi per rimotivare i valori, le idee, i progetti, nella condivisione e riconoscimento della soggettività del popolo sardo negli anni 2000
pagina 5 La situazione socio economica dell'Isola e gli impegni della Cisl per una maggiore competitività del sistema Sardegna e la qualità dello sviluppo
pagina 8 Il sistema creditizio e lo sviluppo
pagina 9 Il federalismo, le riforme istituzionali, la nuova Carta Statutaria della Sardegna e l'Assemblea Costituente per costruire la nuova Regione
pagina 11 Le riforme per lo sviluppo. Un nuovo impianto normativo per la promozione delle risorse umane, per la solidarietà, per l'efficienza e l'efficacia del sistema territoriale regionale. La nuova frontiera dello sviluppo locale, la concertazione e il partenariato sociale
pagina 13 La società della conoscenza. Il ruolo della scienza e della ricerca nel rapporto con la società. La Sardegna terra aperta e protetta
pagina 15 La società delle telecomunicazioni e dell'informazione
pagina 17 Il sindacato e la politica
pagina 19 La Cisl sarda, le problematiche organizzative, il federalismo interno e il nuovo Patto tra Usr e Confederazione

Cagliari 23 e 24 maggio 2001
"Hotel Mediterraneo" - Viale Armando Diaz

 

Premessa.L'impegno della Cisl per un'equa distribuzione della ricchezza, per un nuovo modello di democrazia, di giustizia e di nuove libertà

Si è di fronte, nel Paese, a dinamiche di natura redistributiva, indotte dal risanamento dei conti pubblici e che attengono ad una più equa distribuzione della ricchezza, ma anche ad un vero e proprio riposizionamento dei poteri e ad una evoluzione dei soggetti politici e sociali. Si propongono nuovi assetti istituzionali e si intravede un nuovo volto delle forme giuridiche delle imprese, delle stesse rappresentanze sociali, dei partiti e dello Stato.

È in essere una vera e propria fase costituente che ridisegna il modello della democrazia. Un processo che ha origini complesse e che rinvia alla crisi dello Stato/Nazione alla dissoluzione del concetto di popolo, alle enormi difficoltà delle politiche di inclusione dentro il potere e lo stato, alle difficoltà del riformismo anche a seguito della crisi del Welfare State e della spesa pubblica, come intervento di politica espansiva e di lotta alla disoccupazione.

Dentro questi avvenimenti, per così dire "costituenti", l'impegno del sindacato e la sua attualità riguarda certamente la tutela degli associati e la rappresentanza del lavoro, comunque dentro una strategia rivolta al generale benessere (lo stare bene) e all'affermazione dei diritti della persona. In primo luogo delle categorie più deboli, anziani, portatori di handicap, emarginati, disoccupati. Per questo motivo le politiche sociali sono parte fondamentale di un nuovo modello di democrazia che si caratterizza prioritariamente per la dimensione e qualità della solidarietà e delle responsabilità riconosciute e condivise in un sistema plurale di governo.

Lungo queste riflessioni l'impegno della Cisl è rivolto ad una più adeguata accumulazione della ricchezza, ad una sua equa distribuzione, alla costruzione di un nuovo modello di democrazia, di giustizia e di libertà.

 

Attualità del popolarismo della Cisl sarda. La tutela del lavoro, la promozione e l'affermazione dei diritti di cittadinanza come diritti della persona, partecipi anche di una identità collettiva.

La Cisl sarda è un sindacato popolare. All'alba del nuovo secolo si è rafforzato nelle sue caratteristiche fondamentali e peculiari questa sorta di gene della Cisl sarda. Nella costituzione e radicamento di questa caratteristica ha pesato non poco la dimensione e la gravità degli aspetti economici, sociali, culturali e demografici, ma soprattutto una "miscela" di esperienze umane, politiche e territoriali, di volti che resteranno nella storia, ma anche di esperienze e volti che, sconosciuti, hanno dato comunque un apporto eccezionale alla Cisl e al mondo del lavoro.

Una sorta di microcosmo saldato dai valori fondamentali della Cisl: l'autonomia, il pluralismo, l'humus culturale e il solidarismo cattolico.

Ma la Cisl non è solo storia di uomini, di fatti, di valori ormai conclamati; è la storia dell'identificazione con le aspettative di quella determinata fase storica, la capacità di identificarsi con lo "spirito dei tempi". La Cisl, nei momenti più felici, ha avuto la capacità di capire e interpretare il senso del passaggio, di carpirne i messaggi spesso più risposti, ma ricchi di utilità per i lavoratori.

Oggi è utile sottolineare come le costruzioni sociali complesse, quale pure noi siamo, non siano comunque immutabili, ma soggette all'evoluzione dei tempi, ai bisogni che manifestano periodicamente gli individui, le comunità e le società.

La Cisl sarda, profondamente radicata nella storia, nella cultura e nelle sensibilità dell'Isola, si batte, dentro le dinamiche della globalizzazione, per un'Europa delle Regioni, rafforzata da un'organizzazione federale e solidale dello Stato, per uno sviluppo locale e sostenibile, diffuso ed equilibrato.

In questi scenari il confronto con i vincoli e i soggetti esterni deve però obbligatoriamente includere anche la consapevolezza che i vincoli non sono solo esterni, ma anche interni al mondo sardo, alla sua storia, alla sua cultura. Occorre che nella prassi dei soggetti pubblici e privati, dei soggetti collettivi come di quelli individuali si affermino allora atteggiamenti e comportamenti orientati alla responsabilità, all'efficacia, all'efficienza, alla legalità.

La straordinarietà della fase che stiamo vivendo, soprattutto nella sua dimensione "costituente", rappresenta un'opportunità eccezionale e richiede una soluzione di alto profilo a fondamento e garanzia dei diritti collettivi del popolo sardo: il riconoscimento, la condivisione, il protagonismo e l'attuazione.

Alla sfida di questi anni dobbiamo concorrere e contribuire tutti con una forte progettualità, con valori consolidati e con i frutti dell'esperienza individuale e collettiva. Sta qui il senso del nostro cammino e dell'esperienza storica della Cisl.

In Sardegna la rappresentanza e la tutela del lavoro assume una forte connotazione popolare non solo in virtù delle peculiarità degli associati della Cisl, del suo radicamento nelle comunità piccole e grandi, del protagonismo nella tutela dei diritti della persona. della famiglia, della cultura e dei beni ambientali e storici del territorio, ma anche perchè partecipi di una identità collettiva.

 

Il Patto dei Sardi per rimotivare i valori, le idee, i progetti, nella condivisione e riconoscimento della soggettività del popolo sardo negli anni 2000

In Sardegna abbiamo conosciuto un lungo processo di inclusione e di integrazione che ha portato all'ammodernamento complessivo della nostra Isola e all'affermazione dei diritti più importanti sia in campo sociale che in quello politico e istituzionale. Oggi alcune delle opzioni forti (autonomia e rinascita) che hanno sostenuto uno storico processo di riscatto hanno esaurito la loro spinta propulsiva. La Regione, nella dimensione speciale, così come l'abbiamo finora conosciuta, non è più in grado di avviare e governare i bisogni e i progetti di unificazione, integrazione, inclusione e uguaglianza. Il fondamento dello Statuto della Regione è venuto meno non solo per via delle dinamiche nazionali ed europee, ma soprattutto per l'esaurirsi delle ragioni propulsive delle idee forti.

Per questi motivi la Cisl ritiene di grande attualità un nuovo Patto dei Sardi per rimotivare i valori, le idee, i progetti e per unire i soggetti e le comunità della Sardegna.

Un nuovo Patto dei Sardi per:

  • realizzare un nuovo modello di democrazia, nell'ambito del federalismo interno, per costruire una nuova Regione con una Carta Statutaria che riconosca un nuovo assetto dei poteri tra i diversi territori dell'Isola, che negozi le nuove condizioni all'interno della riforma della forma di Stato;
  • affermare i nuovi diritti di cittadinanza per le persone, per il sociale, per l'economia;
  • consentire l'acquisizione di un nuovo ordinamento istituzionale tramite un processo di autodeterminazione e di riforma elettorale;
  • assegnare pari dignità di rappresentanza a tutte le comunità dell'Isola;
  • individuare nel trasferimento dei poteri alla Regione e da quest'ultima alla Comunità una delle opportunità fondamentali per lo sviluppo e il lavoro nell'Isola;
  • costruire la redistribuzione dei poteri sulla base di un terreno programmatico di volontà comune, piuttosto che su quello infruttuoso del semplice decentramento;
  • definire uguali condizioni di abitabilità e vivibilità nei centri minori, nelle zone rurali e nelle città;
  • indicare le linee della nuova programmazione regionale dello sviluppo attraverso la priorità delle politiche territoriali e dello sviluppo locale.

Potrebbero essere questi gli obiettivi forti di una costituente del popolo sardo e devono comunque essere ampiamente condivisi.

 

 

La situazione socio economica dell'Isola e gli impegni della Cisl per una maggiore competitività del sistema Sardegna e la qualità dello sviluppo

La fase di transizione e di profondi cambiamenti che interessa l'economia europea e nazionale sta producendo effetti anche sulle economie regionali, con forti ricadute sull'incidenza dei diversi settori di attività economica sul PIL e sul valore aggiunto (processo di terziarizzazione) e conseguentemente sulla distribuzione dell'occupazione. Alcuni di questi effetti iniziano a mostrare i segni anche nel Mezzogiorno d'Italia e quindi in Sardegna.

Dopo le difficoltà che hanno caratterizzato i primi anni Novanta, determinate in primo luogo dagli enormi sforzi effettuati da tutto il nostro Paese per consentire il rispetto dei parametri di Maastricht, la situazione economica e sociale della Sardegna nell'ultimo quadriennio ha manifestato alcuni segnali positivi, anche se appare difficile parlare di una vera e propria inversione di tendenza.

La recente revisione dei conti economici regionali operata dalla Svimez conferma infatti che dopo la fase negativa del periodo 1993-1996 (il valore complessivo del PIL ai prezzi di mercato è preceduto dal segno meno) il biennio 1997/1998 rivela rispettivamente +1,3 e +1,9, valore inferiore alla media nazionale ma comunque segnale di una leggera ripresa anche dell'apparato produttivo isolano.

In attesa della definizione dei consuntivi, le stime del PIL 1999 e 2000 confermano valori positivi, ipotizzati - nello scenario di base - oscillanti tra l'1,3% e l'1,6% e da considerare realisticamente raggiungibili tenendo conto degli scostamenti mostrati anche da altre variabili economiche.

Tuttavia, preoccupa l'ampliamento dei divari - nel corso degli anni novanta - rispetto ai valori medi nazionali e naturalmente a quelli conseguiti nel Centro Nord, tenendo conto che nel decennio precedente ci si era trovati in presenza di una sostanziale "costanza del divario". Un dato su tutti: l'incremento medio annuo del PIL in Sardegna nel periodo 1992/1998 è stato pari allo 0,3%, contro l'1,2% medio nazionale, l'1,4% del Centro Nord e lo 0,4% del Mezzogiorno.

Questa preoccupazione si accentua se si osserva che i recenti progressi mostrati sul versante della produzione di ricchezza non sono stati altrettanto visibili sul mercato del lavoro.

Sia i dati ISTAT che quelli del Ministero del Lavoro rivelano infatti la persistenza di pesanti squilibri tra domanda e offerta di lavoro, sintetizzabili in un tasso di disoccupazione attestato al 20% e nel numero di iscritti al collocamento arrivato al tetto delle 350 mila unità. È vero che nel quadriennio 1997/2000 gli occupati sono cresciuti di quindicimila unità, ma questo è avvenuto in presenza di un incremento del tasso di attività (prossimo al 47%), senza incidere pertanto sullo stock di persone in cerca di occupazione.

In questo contesto appare fondamentale il ruolo che svolgerà il sistema di interventi costruito sul Programma Operativo Regionale per il settennio 2000/2006, ultima occasione di rilievo per intervenire sul sistema delle imprese con un significativo livello di incentivazione e sulla riduzione dei ritardi infrastrutturali che caratterizzano la nostra Isola.

Sarà determinante l'efficacia delle leggi che saranno predisposte per la spendita delle cospicue risorse comunitarie (gli interventi del POR attiveranno undicimila miliardi di spesa), ai fini della ancora necessaria rivisitazione dei sistemi produttivi nel primario, del profondo cambiamento che sta interessando il comparto manifatturiero (con una base produttiva radicalmente cambiata rispetto a quella di appena un decennio fa), dell'evoluzione del terziario e della presenza sempre più significativa delle nuove tecnologie e dell'ICT anche nella nostra Isola.

La Cisl sarda ritiene urgente un impegno della Regione Sardegna, dei partiti politici, di tutte le istituzioni, dei parlamentari sardi, delle forze sociali per affrontare unitariamente le emergenze del lavoro e della disoccupazione nell'Isola.

Innanzitutto nell'industria, dove accanto ai problemi di vecchia data, ma insoluti, Scaini e Aviotec nel Villacidrese, Cartiera di Arbatax, i siti petrolchimici in difficoltà (Ottana, Assemini e Porto Torres), gli appalti nel settore delle telecomunicazioni e delle costruzioni, nel settore agroindustriale e agroalimentare (manifattura tabacchi e lattiero caseario), tessile, convivono questioni aperte e fondamentali di natura strutturale, come ad esempio la definizione del piano energetico regionale, del piano delle telecomunicazioni, degli assetti idrici.

Un settore, quello industriale, che ha perso negli ultimi dieci anni circa novemila unità lavorative e che necessita dunque di interventi utili a garantire da un lato maggiore attrattività per nuove aziende da localizzare nell'Isola, dall'altro migliori e maggiori infrastrutture materiali e immateriali per abbattere le storiche diseconomie dell'Isola.

Un altro settore strategico è l'agroalimentare che necessita di una programmazione regionale adeguata alle dinamiche delle politiche internazionali ed europee, sia sul versante strutturale che delle emergenze, per ripensare anche un modello di sviluppo agricolo. L'obiettivo è l'ammodernamento delle strutture, una seria politica fondiaria, il ricambio generazionale, il rapporto con i consumatori, le bioproduzioni, la selettività delle produzioni e l'integrazione con il territorio, l'ambiente e l'intera economia in una visione di sistema.

Su tutte le questioni qui hanno la priorità i trasporti e il riconoscimento reale della continuità territoriale.

Fondamentale però diventa l'approvazione della Legge regionale sul riordino degli incentivi all'industria, frutto della concertazione tra Giunta regionale e forze sociali e oggi in attesa di essere approvata dalla competente Commissione consiliare.

La Cisl sarda ritiene inoltre che il rilancio dell'occupazione e dello sviluppo passi attraverso un migliore funzionamento della pubblica amministrazione, anche a partire dall'apertura dello sportello unico per il sistema territoriale delle imprese, della formazione professionale e dell'istruzione, per dare priorità e centralità al ruolo delle risorse umane nei processi dello sviluppo.

La disponibilità di risorse finanziarie da investire in questa direzione deve essere accompagnata da una notevole accelerazione della spesa in tutto il ciclo unico della programmazione regionale (fondi europei, bilancio regionale, intesa istituzionale di programma, nuovo piano di rinascita, fondi Cipe per le aree arretrate, fondi della programmazione negoziata).

A partire dall'attuazione di quanto stabilito nel complemento di programmazione per le risorse del Quadro Comunitario di Sostegno 2000/2006 e del bilancio regionale per il 2001, la Cisl sarda ritiene strategico e urgente l'attivazione, anche nei territori, dei tavoli permanenti di partenariato sociale con il sindacato e le altre rappresentanze istituzionali e sociali.

I Progetti Integrati Territoriali, previsti dal complemento di programmazione, per i quali sono stati destinati quattromila miliardi del POR, i Piani Integrati d'Area che vedranno per il 2001, nel bilancio regionale, una dotazione finanziaria di centocinquanta miliardi, gli strumenti della programmazione negoziata, a valere sui fondi europei, nazionali e regionali, rappresentano tutti una opportunità per confermare nei documenti finanziari e di bilancio della Regione Sardegna la concertazione e il partenariato nei territori e nei distretti industriali.

Il turismo rappresenta un'altra voce importante dell'economia sarda. È necessaria una politica e una programmazione regionale che, tutelando e valorizzando l'ambiente, sostenga e promuova una crescita dei servizi, l'integrazione con il territorio, l'allungamento della stagione, lo sviluppo dell'agriturismo e le sinergie con l'agroalimentare.

L'obiettivo strategico riguarda una maggiore e migliore competitività, dentro un sistema di valore e regole, l'incremento della ricchezza regionale e la garanzia di una più equa e diffusa distribuzione a favore, soprattutto, delle categorie più deboli ed emarginate della società sarda, con una politica territoriale per le imprese, con l'attuazione della legislazione nazionale sugli sgravi fiscali, sulla flessibilità, sulla riduzione del costo del lavoro.

In questa direzione però diventa prioritario rilanciare l'Intesa Istituzionale di Programma tra Giunta regionale e Governo, indicando alcune priorità quali il problema energetico, la chimica sarda, il potenziamento della Pubblica Amministrazione, la sicurezza, l'ambiente e il territorio, la scuola e il diritto allo studio, i trasporti e la continuità territoriale per operare una seria verifica sugli Accordi di Programma Quadro già sottoscritti e per avviare i nuovi accordi.

Contestualmente all'Intesa Istituzionale di Programma la Giunta regionale deve rinegoziare condizioni e contenuti del nuovo Piano di Rinascita della Sardegna.

Certamente la maggiore competitività del sistema Sardegna si deve realizzare in un quadro di grande solidarietà sociale, con l'attuazione di un piano regionale socio sanitario assistenziale in grado di cogliere le difficoltà e le esigenze dei nuovi poveri e delle categorie più deboli. In questa direzione è importante il recepimento della nuova Legge nazionale sull'assistenza e la riforma della Legge regionale n. 4/1988 (assistenza).

La Cisl sarda valuta ormai improcrastinabile una stagione riformatrice cui devono concorrere tutti per avviare, in tempi rapidi, un processo di ammodernamento in tutti i settori della vita pubblica, in primo luogo con la riforma dei servizi per l'impiego, della formazione professionale, dell'ente unico per la forestazione e l'ambiente.

Alla base però di tutto sta l'esigenza di riformare l'Ente Regione con una ripartizione di funzioni, compiti e poteri che privilegi il sistema delle autonomie locali e realizzi così il principio della sussidiarietà.

Tutti questi elementi debbono concorrere a determinare uno sviluppo basato sulla qualità, sulla valorizzazione delle risorse umane e locali, sulla sua capacità di attrazione e sulla sostenibilità.

Il protagonismo del territorio e la dimensione locale, dentro queste coordinate, viene supportato ed esaltato dalla politica della concertazione, dall'aggiornamento del modello contrattuale, dal consolidamento degli strumenti della bilateralità, dal governo delle flessibilità del lavoro attraverso la contrattazione.

 

Il sistema creditizio e lo sviluppo

Il sistema creditizio e finanziario è fondamentale nella promozione dello sviluppo e del lavoro in Sardegna. Permane invece un divario notevole tra la condizione del settore nell'Isola e le aree forti del Paese.

Il processo di concentrazione che sta investendo i principali gruppi bancari e finanziari nazionali e internazionali, pur necessario, sta avendo in Sardegna una evoluzione che, al di là degli assetti proprietari, necessita comunque di un forte radicamento con la realtà economica e sociale (impresa e famiglia) dell'Isola.

Questo processo di cambiamento appare rilevante anche perché le politiche di intervento a favore del sistema imprenditoriale, che oggi e sino al 2006 saranno caratterizzate da parametri ancora fortemente appettibili, verranno ridimensionate; servirà quindi un nuovo ruolo del sistema creditizio e finanziario nei rapporti credito/imprese/sviluppo, con la consapevolezza che, operando in una economia aperta, le provviste determineranno una selezione dei fornitori più concorrenti. In questa direzione, non solo per il credito, sono fondamentali le reti di servizi alle imprese.

 

 

Il federalismo, le riforme istituzionali, la nuova Carta Statutaria della Sardegna e l'Assemblea Costituente per costruire la nuova Regione

Come già evidenziato è in atto, nel Paese, un lungo percorso con dinamiche evidenti, talvolta nascoste, per un nuovo assetto dei poteri, sul versante economico e delle imprese, su quello politico, da tempo sul versante sociale e delle sue rappresentanze. Si è di fronte ad un lungo itinerario di redifinizione della democrazia italiana.

Ciò che emerge di questo conflitto sono spesso dinamiche confuse che attengono più al predominio sul territorio delle fazioni e delle leadership in campo, che alle tendenze reali che poi determineranno gli assetti strutturali e di lungo periodo. Il conflitto redistributivo indotto dal rilancio dell'economia e dal risanamento dei conti pubblici è solo un tassello, peraltro periferico, di un più vasto disegno che descrive il rinnovamento e i mutamenti, di breve e di lungo periodo, negli assetti strutturali della democrazia italiana.

Viviamo una vera e propria fase costituente che riguarda le forme, i soggetti, le rappresentanze, gli strumenti, gli ambiti del lavoro, dello sviluppo, delle istituzioni, della politica. L'impresa, il Sindacato, lo Stato e tutte le sue articolazioni, ad iniziare dalle Regioni e dai Comuni, sono in forte divenire e in vista di cambiamenti di natura epocale.

La nuova ripartizione dei poteri dà luogo ad una nuova idea e pratica della sovranità come potere diffuso. In questa direzione lavora e scava, ben oltre le apparenze, il principio di sussidiarietà, soprattutto sul versante della formazione della volontà pubblica, che diventa il perno intorno al quale costruire il vero federalismo.

Il territorio e le sue rappresentanze diventano ambiti fondamentali per la programmazione dello sviluppo e per l'attivazione dei progetti, dentro le opzioni del federalismo interno (nelle regioni e nei territori) che sostanziano la vera dimensione del federalismo su scala nazionale e nel rapporto con l'Unione Europea, anche per evitare nuovi centralismi.

Sono in essere avvenimenti che, nel ridisegnare un nuovo modello di società, incidono profondamente nell'accumulazione e nella distribuzione della ricchezza, nella affermazione dei nuovi diritti di cittadinanza, lungo nuove possibili scelte, oltre la globalizzazione dell'economia, la razionalità del mercato e il liberismo sfrenato e privo di regole.

Le riforme istituzionali possono contribuire, se si attueranno con il protagonismo di tutti i soggetti, a questa svolta. Le modifiche determineranno, infatti, conseguenze su tutti gli ambiti della nostra società.

Tra tutte le riforme, alcune hanno un'importanza rilevante perché: incideranno profondamente nelle forme di finanziamento delle regioni, determineranno una diversa allocazione della funzione redistributiva, modificheranno l'imposizione locale, avviando una politica di possibile stabilizzazione del reddito anche a livello territoriale e regionale, avvieranno i presupposti per un maggiore autogoverno delle comunità e per affermare il principio di sussidiarietà.

In questa direzione, già da oggi, vanno le modifiche sulla fiscalità delle regioni a statuto ordinario, l'ampliamento dell'autonomia impositiva a livello locale, la compartecipazione, a partire dal 2002, di Comuni e Province all'Irpef, la riforma degli statuti delle regioni ordinarie, il testo unico sugli Enti Locali. (promesso per il mese di agosto), la riforma costituzionale relativa ai meccanismi elettorali delle regioni, la quantificazione delle risorse necessarie per rendere operativo il passaggio delle competenze dallo Stato alle Regioni, previsto dalla Bassanini.

Su tutti questi argomenti è utile una grande sintesi politica, e una proposta all'altezza della fase costituente della democrazia italiana, che abbia come riferimento il federalismo, ma anche l'unità nazionale ed europea, certamente i vincoli indotti dai patti di stabilità in un quadro però di necessaria solidarietà tra persone, soggetti e territori.

In Sardegna il superamento delle attuali difficoltà e il governo delle questioni connesse alla riforma della forma di Stato, al federalismo, al presente e al futuro della specialità e specificità dell'Isola, necessitano di soluzioni di alto profilo intorno a cui costruire i "presupposti" dei nuovi diritti collettivi del popolo sardo.

In questa direzione l'impegno sulla nuova Carta Statutaria della Sardegna diventa quindi prioritario, insieme agli obiettivi dello sviluppo e del lavoro e alle riforme istituzionali, per far fronte ai bisogni dell'Isola nell'ambito delle dinamiche nazionali e internazionali che assegnano al nostro protagonismo il progresso delle comunità, pena il regredire verso un ordine e un modello regional/nazionale imposto da rapporti di forza a noi estranei.

Debbono dunque essere avviati gli adempimenti e l'iter per l'elezione dell'Assemblea costituente, che non è solo un fatto formale/legislativo, ma un momento che sancisce il riconoscimento, la condivisione e l'attuazione della nuova volontà del popolo sardo. Deve essere allora rappresentativa non solo sul versante politico/istituzionale, con l'elezione di pochi "costituenti" eletti con il sistema proporzionale, ma della società sarda nel suo insieme con modalità e apporti nuovi e originali. La nuova Carta Statutaria deve cioè poter "contenere" l'affermazione di un ruolo importante dell'associazionismo e della società nel governo di un sistema complesso qual è la realtà sarda, tramite la politica della concertazione e, con un ruolo del Crel (Consiglio regionale dell'economia e del lavoro) adeguato al livello delle riforme.

Per tutto questo la Cisl ritiene che questa importante fase della nostra storia vada vissuta con grande partecipazione, ragione e passione, e che nell'Assemblea Costituente vi possa essere una rappresentanza di donne e uomini che operano nel sociale, nell'economia, nel volontariato e nelle istituzioni locali.

 

 

Le riforme per lo sviluppo. Un nuovo impianto normativo per la promozione delle risorse umane, per la solidarietà, per l'efficienza e l'efficacia del sistema territoriale regionale. La nuova frontiera dello sviluppo locale, la concertazione e il partenariato sociale

Il processo di sviluppo in Sardegna necessita di riforme che, accanto a quelle più specificamente di natura istituzionale, rivedano i soggetti, gli strumenti, gli obiettivi degli interventi nei diversi settori produttivi, nei servizi, nel turismo, nella scuola, nella formazione professionale e nel mercato del lavoro.

Il problema riguarda l'adeguatezza dell'impianto legislativo di riferimento per veicolare le risorse finanziarie provenienti dall'Unione Europea, dallo Stato e dalle disponibilità regionali che, salvo poche eccezioni, è quello che si può definire di prima e di seconda generazione.
Risale infatti, con una qual certa approssimazione, all'arco temporale 1950/1990, e riguarda quasi tutti i settori di competenza della Regione. Solo alcune delle leggi di incentivazione, ad esempio quelle in conto interessi e la reintroduzione del conto capitale, risalgono ai primi anni novanta. Peraltro con uno schema monocorde che si rifà alla Legge regionale 17/1993, e che vanno a duplicare la Legge nazionale 488 del 1992.

Ci sono certo altre eccezioni, che non modificano però sostanzialmente il giudizio complessivo sulla inadeguatezza dell'impianto normativo che veicola la programmazione e la spendita delle risorse finanziarie.

Dal punto di vista per così dire "storico" si è di fronte, comunque, ad una normativa che ha contribuito a guidare il processo di ammodernamento della società isolana e che ha anticipato in diversi ambiti un similare percorso legislativo in altre regioni e a livello nazionale.
Negli ultimi anni, per motivi diversi e conosciuti, quell'impianto si è cristallizzato senza subire consistenti modificazioni, pur in presenza di una realtà profondamente mutata. Ad eccezione delle Leggi regionali 36/1998 e 37/1998, che hanno recepito un'intesa concertata dalla Giunta regionale con il Sindacato confederale e le parti sociali.

La lunga fase di transizione conseguente alla crisi politico/istituzionale ha determinato, soprattutto a livello regionale, a partire dai primi anni novanta, una stasi nella produzione legislativa e prima ancora nella ideazione e programmazione di una politica riformatrice. L'iniziativa riformistica, e di adeguamento alle dinamiche e agli indirizzi nazionali e dell'Unione Europea, a prescindere da una evoluzione sul merito, ha registrato una consistente ripresa a livello nazionale; al contrario, in Sardegna, questo processo tarda a decollare nonostante le sollecitazioni e le richieste del Sindacato per un cambiamento normativo utile a veicolare le consistenti risorse disponibili per la programmazione degli interventi rivolti allo sviluppo e al lavoro.

Oggi, a onor del vero, in fase di approvazione della manovra economica e finanziaria per il 2001, si è di fronte ad un importante segnale di inversione sul piano politico e legislativo, che attende però un ulteriore e definitiva conferma a livello di definizione dei disegni di legge collegati alla finanziaria e di norme di attuazione e di regolamenti. È qui che si può determinare una vera inversione di tendenza nella programmazione dello sviluppo, nella promozione del lavoro, nelle politiche sociali, nell'attuazione del principio di sussidiarietà e nella pratica dello sviluppo locale come nuovo modello di sviluppo. Rispetto ad un ritardo di anni che va colmato in tempi rapidi, non solo per adeguarci alle dinamiche nazionali e internazionali, ma per impellenti ed inderogabili esigenze dell'economia, della società e delle istituzioni locali e regionali.

Si è consapevoli che la soluzione non è di natura tecnica/legislativa, ma che si è di fronte a scelte che impongono un rinnovamento degli strumenti, degli ambiti di intervento e dei soggetti.

In questa direzione il segnale più importante di cambiamento riguarda la scelta di spostare nei territori la programmazione e la spesa per lo sviluppo. I progetti integrati territoriali (PIT), sul Quadro Comunitario di Sostegno 2000/2006, potrebbero infatti consentire l'utilizzo del quaranta per cento delle risorse con destinazione vincolata per i territori, con un protagonismo sociale e istituzionale previsto nella norma. Gli stessi piani integrati d'area (PIA) vengono rifinanziati nella manovra per il 2001, ma rivisitati con un ruolo importante del partenariato sociale. Inoltre, il cofinanziamento, da parte della Regione, degli strumenti della programmazione negoziata, oltre a evidenziare il processo di regionalizzazione dei patti territoriali e dei contratti d'area inserisce un forte elemento di territorialità che definisce insieme ai PIT e ai PIA un'attuazione del principio di sussidiarietà.

L'istituzione del Crel (Consiglio Regionale dell'Economia e del Lavoro), infine è un riconoscimento dell'importanza del sociale nella programmazione dello sviluppo nell'Isola.

Dunque si tratta di segnali di grande rilevanza che possono modificare sostanzialmente le politiche regionali sia in fase di programmazione che di spesa. In questa direzione solo alcuni riferimenti riguardano la riforma dei servizi per l'impiego, la Legge quadro sull'industria e sugli incentivi, la nuova Legge sulla imprenditorialità giovanile, le nuove norme per la scuola e il diritto allo studio, la Legge quadro sulle politiche attive del lavoro.

 

 

La società della conoscenza. Il ruolo della scienza e della ricerca nel rapporto con la società. La Sardegna terra aperta e protetta

I mutamenti e le dinamiche in atto nell'economia, nella società, nella politica e nelle istituzioni stanno determinando dei processi di revisione e cambiamento in quasi tutti gli ambiti dell'organizzazione statuale, negli assetto sociali, nei costumi e nella vita di relazione. Gli effetti moltiplicatori indotti dai contenuti e dai meccanismi della globalizzazione, in tutti i suoi aspetti, assumono non solo la caratteristica della velocità, ma spesso anche la precarietà e volubilità della virtualità e del prodotto che si consuma in una videata. Ma si è di fronte ad un momento di grande importanza per l'impatto che questi processi hanno nelle persone, nell'economia e nella società. Certamente si impone l'esigenza di assegnare nuove regole al governo dell'economia mondiale per garantire un equilibrio, una diffusione senza eccessive distorsioni, alle indubbie positive ricadute delle nuove frontiere della conoscenza, della scienza e dei nuovi confini dell'etica.

In questa direzione si realizza il posizionamento più complessivo delle strutture materiali ed immateriali delle organizzazioni sociali, semplici e complesse, ora assecondando il processo, raramente resistendone. Per la forza e le caratteristiche di questi fenomeni si è senz'altro di fronte ad una fase di natura epocale.

I soggetti, quelli individuali giuridici e collettivi, ne condizionano l'evoluzione adottando obiettivi e strategie alle nuove condizioni, frutto delle sinergie più generali e in larga misura in sintonia con i tempi.

Le carattestiche più importanti sono la capacità intellettuale, la velocità di acquisizione di aggiornamento, la dotazione di una "mission". Si è di fronte dunque a quella che viene ormai comunemente denominata "la società cognitiva" e globalizzata che, superando ormai la tradizionale ripartizione/separazione del sapere, saper essere, saper fare come dimensione tradizionale dell'uomo e della divisione, del lavoro e del sapere, sollecita l'affermazione di un "nuovo uomo" che opera una sintesi tra i diversi ambiti della conoscenza e diventa esso stesso il punto di arrivo e l'obiettivo della "mission". Un concetto questo che taluno ha definito "finalità sociale prioritaria" e che va tutelata a difesa dei diritti della persona e della stessa società.

La scuola, la formazione, l'istruzione, l'università, la ricerca, sono più di altre e strategicamente deputate a concorrere alla realizzazione di questo obiettivo, con la famiglia come prioritario nucleo educativo e poi con altre agenzie e centri formativi. Proprio per questi motivi la conoscenza e la scienza, nel sottolineare la rilevanza anche ai fini della competitività, della crescita e dell'occupazione, della produzione, del consumo e dell'alimentazione, della prevenzione, della cura e della salute debbono essere libere e autonome. Ma considerata la finalità sociale prioritaria della "persona" e le conseguenze indotte dalle applicazioni è necessario che la conoscenza, la ricerca e la scienza convergano comunque verso i fini della società.

Bisogna cioè aprirsi all'innovazione consapevoli dei benefici e dei rischi che questa comporta, garantendo in un nuovo rapporto tra ricerca e cittadini una forma di partecipazione alla vita pubblica che dia conto di queste nuove problematiche che coinvolgono certamente le applicazioni della conoscenza e della scienza, ma anche l'etica, lo sviluppo sostenibile e lo stesso destino dell'uomo.

Su questi argomenti la Sardegna è interessata ad una valorizzazione dell'attività di ricerca, adeguando le risorse necessarie, ad un nuovo rapporto tra università, scienza, ricerca e istituzioni, all'innovazione tecnologica per avviare un ulteriore e migliore ammodernamento delle strutture civili e produttive dell'Isola, per una superiore qualità della vita e per migliorare le risorse umane in tutti i territori.

La Sardegna dunque come terra aperta, libera e protetta che promuove la libera e autonoma ricerca ma che assume il principio di precauzione nella risoluzione dei problemi ancora aperti nel campo delle biotecnologie, dell'ambiente, del clima, dell'energia.

 

 

La società delle telecomunicazioni e dell'informazione

Tramite le tecnologie della comunicazione e dell'informazione ICT (Information Comunication Technology) si modificano e spesso si sconvolgono le attività umane, soprattutto nel campo della comunicazione e dell'informazione, banalizzando e modificando le categorie di tempo e spazio.

Si è di fronte a una sfida che determina non solo una nuova economia, ma un nuovo modello di società e di relazioni tra gli individui, le organizzazioni e i sistemi semplici e complessi. In questa direzione si rafforza l'esigenza di accrescere le capacità di selezionare ed elaborare un'enorme mole di informazioni diffuse in tempo reale.

Tutto ciò presuppone un ulteriore ampliamento della conoscenza certamente sul versante delle applicazioni informatiche, ancora di più sul merito del prodotto. Tutti gli ambiti della società sono ormai investiti dalla rivoluzione delle tecnologie ICT: le famiglie, le imprese, la scuola e la formazione, l'università e la ricerca.

La stessa globalizzazione è lo stadio più evidente del processo di cambiamento nelle tecnologie della comunicazione.

Questo inarrestabile processo implica mutamenti di strategia nelle attività produttive e nei servizi, nell'organizzazione e nelle relazioni esterne, condiziona l'evoluzione della nuova ripartizione delle funzioni e dei poteri nelle riforme istituzionali.

I modelli dello sviluppo vengono rivisitati alla luce di un nuovo rapporto tra il centro e la periferia, luoghi statici della produzione capitalistica di merci e di una divisione internazionale del lavoro ancorata al fordismo e alla sola dimensione fisica e geografica del mercato. Invece, come sostiene qualcuno: "Internet non conosce né il nord né il sud del mondo".

Il lavoro nelle sue diverse forme e condizioni assume connotazioni diverse sia sul versante dell'offerta che della domanda, della composizione del mercato del lavoro e della sua rappresentanza. La stessa configurazione giuridica delle imprese e il mercato dei capitali, l'evoluzione del diritto azionario, riflettono, nei loro cambiamenti, le accelerazioni e le opportunità della nuova era delle comunicazioni, delle informazioni e delle tecnologie ICT.

La posta in gioco è dunque ben altro che lo sviluppo di un tassello nuovo e originale dell'economia mondiale, la new economy; alle porte del nuovo millennio si modella un nuovo stile di vita; ancora di più, le vie del sapere, la tecnologia e la scienza modellano nella lunga durata di questa nuova frontiera una società post moderna ma soprattutto l'homo novus del terzo millennio.

Ma di fronte all'imponenza dei processi che accompagnano questa fase, è necessario rifuggire da atteggiamenti osannanti le "magnifiche sorti progressive della storia", come dai cantori del pensiero negativo.

Il governo dell'economia, con principi e regole che governino e indirizzino il mercato nel rispetto delle specifiche condizioni delle nazioni e dei popoli, è l'obiettivo più importante della politica e delle rappresentanze istituzionali e sociali. In questa direzione, in uno scenario di preoccupante fondamentalismo economico, una corretta, libera e pluralistica comunicazione e informazione è determinante per garantire i diritti di cittadinanza, per l'esercizio delle libertà individuali, per la democrazia politica ed economica.

Il rischio di questi tempi è l'annullamento delle diversità e delle specificità, a favore di una omogeneità e uniformità da villaggio globale, dove il "pensiero unico" programma la "tradizione" da consumare come merce culturale, la "tendenza" da imporre nella pubblicità evidente o subliminale, il presente come evento privo di memoria e di futuro, quindi di progetto. La comunicazione e l'informazione debbono dunque affrancarsi da un mondo ridotto a mercato, e per quanto contaminate, perché figlie del loro tempo, sono funzioni libere e autonome dell'individuo e della democrazia.

"Comunicare è lo scambio di informazioni tra due entità in grado di emettere e ricevere segnali", dunque già nella sua fase elementare presuppone un'attività, un pluralismo, più poteri che diano senso ai nostri sogni, dai più semplici a quelli più complessi. È un argomento dunque di enorme attualità, di grande incidenza nella vita politica, sociale e culturale.

Sul versante sardo (la comunicazione e l'informazione) meriterebbero uno specifico approfondimento, non solo per le note difficoltà del comunicare tra individui e culture locali, per la ritrosia tutta sarda al dialogo, ma per le insufficienze delle reti di comunicazione materiali e immateriali, per l'assenza di un adeguato piano telematico, per la nascita di Tiscali, beneaugurante, anche per gli effetti moltiplicatori, per le carenze e il provincialismo dell'informazione.

In questa direzione la Regione Sardegna deve farsi immediatamente carico di un progetto che, nel coinvolgere gli imprenditori, il Governo nazionale, anche dentro l'Intesa Istituzionale di Programma, porti la Sardegna nelle scelte e nelle dinamiche più avanzate della "società dell'informazione e delle telecomunicazioni".

 

Il sindacato e la politica

Quel che è necessario oggi affermare è una concezione nuova della democrazia e della partecipazione, cui concorrono i soggetti più vitali, e ai quali si rapporta l'istituzione per fondare la nuova democrazia economica e la democrazia di contratto. In questa direzione la politica della concertazione consente, se praticata, di realizzare certamente una politica dei redditi più rispondente al patto di coesione sociale ed economica, ma soprattutto di governare i processi democratici in un sistema istituzionale e di relazioni sempre più complesso. Ci rendiamo conto di sollecitare scommesse ambiziose, di essere fraintesi, spesso a causa del nostro protagonismo, ma l'obiettivo che noi vogliamo perseguire è lo stesso che ha condotto i fondatori della Cisl a dare vita a un'organizzazione sindacale che nel tutelare gli iscritti si fa carico di interessi generali. La sfida deve essere raccolta dal gruppo dirigente della Cisl e dai nostri associati, anche perchè noi siamo stati dalle origini un vero soggetto di cambiamento. Dobbiamo cioè continuare ad essere autorità salariale ma anche agenti di sviluppo nel territorio. La contrattazione e la concertazione sono rispettivamente uno strumento e una politica utile allo scopo. Soprattutto in un ambito territoriale e regionale, che noi individuiamo come dimensione utile a governare le scelte che attengono all'accumulazione e distribuzione della ricchezza, al controllo e alla valorizzazione delle risorse, alla determinazione e di-fesa del salario e del suo potere di acquisto.

Su questo versante l'avvio di un nuovo contenzioso sulle tariffe e sui prezzi ci apre nuovi orizzonti sia per difendere il salario reale e tenere sotto controllo la dinamica dell'inflazione, sia per individuare nuove risorse da destinare allo sviluppo. Nello specifico, ad esempio, la gestione a livello territoriale, ma anche a livello regionale, dell'addizionale Irpef ci obbliga a concertare con gli Enti locali e con la Regione Sardegna politiche di controllo del prelievo fiscale e tariffario e, insieme, i vincoli sulla destinazione delle risorse. Dunque, come anche questo esempio dimostra, la transizione riguarda certamente le istituzioni, pure il Sindacato e noi stessi come sindacalisti.

L'altro aspetto fondamentale del cambiamento coinvolge il rapporto tra il Sindacato e alcuni mondi vitali, in primo luogo la politica. Non abbiamo di certo timore della contaminazione, noi continueremo a restare solo un Sindacato. Certamente un Sindacato nuovo per gli anni 2000. Questo non significa che il rapporto con la politica sarà quello descritto e voluto da Mario Romani e Giulio Pastore. Infatti i nostri fondatori hanno costruito un'Organizzazione e voluto uno Statuto che rispondeva alle esigenze della società, della politica, delle istituzioni e della loro evoluzione nello specifico degli anni '50 e '60. La nostra opinione è che nella scelta di restare solo un Sindacato si debba comunque riscrivere il rapporto con la politica, con le istituzioni e, contestualmente, come già detto rivedere anche lo Statuto della nostra Organizzazione.

La nostra costituzione, quella formale, è infatti superata dalle cose di tutti i giorni. Dunque dobbiamo avere l'intelligenza di risolvere le difficoltà di tipo statutario, anche sul versante dei principi più consolidati, evitando di farci governare o dal Collegio dei Probiviri o da atteggiamenti e comportamenti che nei fatti determinano una vera e propria costituzione materiale in contrapposizione con quella formale. Anche se, a onor del vero, nel rapporto con la politica la Cisl ha vissuto fasi diverse e contrastanti. Fasi diversissime che testimoniano l'originalità della Cisl e, insieme, la caratteristica del cambiamento che ci ha connotato in questi 50 anni.

Alcune considerazioni su questo aspetto riteniamo, in conclusione, di doverle fare. L'originalità del nostro rapporto con la politica deriva, appunto, dalla capacità che ha la Cisl di modellare i propri comportamenti sulla base dello spirito del tempo. Non un atteggiamento opportunistico ma, l'esclusiva volontà di interpretare i bisogni degli associati e l'interesse generale. Certo, qualche volta la contrapposizione al sistema politico istituzionale deriva forse dalla nostra ruvidezza di dirigenti sindacali e dall'esigenza di ritagliarci uno spazio di protagonismo. Molto però riguarda la nostra idea di autonomia che ci porta ad essere scomodi comunque e per qualsivoglia governo.

In questo momento gran parte delle nostre difficoltà nel rapporto con il Governo, per certi versi anche con i partiti, deriva da un meccanismo di competitività che si è instaurato tra noi e il sistema politico, proprio perchè noi si opera in regime di surroga. Abbiamo portato cioè la Cisl a competere su un terreno che fino a ieri era proprio della politica. La concertazione, la democrazia economica, la democrazia politica e di contratto ci hanno infatti condotto, per esigenze storiche, spesso straordinarie, a competere con il sistema politico e con i partiti. Dal 1989 ad oggi se non si fosse operato in regime di surroga probabilmente la storia di questo paese sarebbe stata sostanzialmente diversa. Più che di una surroga riteniamo si tratti di una vera e propria connotazione, un modo di essere cioè del Sindacato in questo fine secolo. La crisi dello Stato per un verso, del partito quale rappresentanza di mediazione di interessi per altro verso, ha modellato la nostra ragione sociale su un versante storicamente inusitato. Valga come esempio la manifestazione di Cgil Cisl Uil a Milano per l'unità nazionale nel corso del 1997.

A scanso di equivoci accanto a questa valutazione è utile evidenziarne un'altra: il Sindacato deve contribuire a ricostruire e rilanciare il ruolo dei partiti nel nostro Paese. Il sistema politico e la nostra democrazia si fonda sul ruolo importante dei partiti e delle associazioni che a vario titolo rappresentano il sociale. Certo, per un lungo periodo dovremo continuare a spiegare a noi stessi e agli altri che il confine tra la rappresentanza sociale degli interessi e la mediazione politica è labile e spesso inconsistente. Questa labilità è il prodotto di una necessità storica. Noi riteniamo che, a differenza degli anni '40 e '50, che ha visto il movimento sindacale rinascere come una proiezione politica, oggi spetti al sociale e al sindacato rivitalizzare il sistema politico e sostanziare le radici sociali dei partiti.

Il sindacato infatti è rimasto immune dalla violenta escursione del sistema giudiziario e dalle crisi ricorrenti che hanno falcidiato le leadership ma anche le radici sociali e gli obiettivi strategici dei partiti storici della democrazia italiana. Noi oggi abbiamo, se ne saremo capaci, questo compito storico: contribuire a rilanciare la politica a partire dalla qualità dei suoi gruppi dirigenti, di ridarle anche senso, passione e progettualità. Se ciò non accade questa transizione diventerà infinita, e anche il sindacato non potrà restare immune per molto tempo dalle ricorrenti crisi di questo sistema. Dobbiamo dunque essere capaci di interpretare al meglio i bisogni di questi tempi, di riconoscere la necessità di un nostro cambiamento e, contestualmente, di contribuire a rilanciare la democrazia nel nostro paese. Il rischio da evitare è quello della eccessiva sicurezza e del conservatorismo, che spesso non ci consentono di leggere negli avvenimenti e di guardare con la necessaria serietà all'avvenire.

 

 

La Cisl sarda, le problematiche organizzative, il federalismo interno e il nuovo Patto tra Usr e Confederazione

La Cisl adegua la propria organizzazione ai cambiamenti della società, del mercato del lavoro, dell'economia e delle istituzioni. Contestualmente contribuisce alla loro evoluzione.

La proposta politica e la rappresentanza degli interessi orienta e determina la vita democratica interna, le strutture organizzative e di rappresentanza, i contenuti e la gestione dello statuto.

La Cisl sarda ritiene che il federalismo interno, l'assunzione dei principi di sussidiarietà e solidarietà, possano rappresentare un terreno di confronto unitario per l'ulteriore proseguo della riforma organizzativa della Cisl. Anche per questo si propone alla Confederazione la rivisitazione e il potenziamento del "Patto di Solidarietà" siglato nel 1987 dalla Segreteria confederale e dalla Segreteria della Usr.

La Cisl sarda individua nell'attività integrata dei servizi agli associati, e nella loro programmazione e gestione unitaria, una delle forme più importanti di tutela e di difesa del reddito e del potere d'acquisto salariale e familiare.

Nel progetto organizzativo e di rappresentanza della Cisl sarda gli altri aspetti prioritari sono:

  • la nuova rappresentanza di interessi e l'individuazione di forme organizzative e statutarie per rappresentare il lavoro che cambia;
  • la formazione di base e la politica dei quadri per nuovi dirigenti;
  • le politiche del proselitismo;
  • il ruolo delle rappresentanze dei base e delle Rappresentanze Sindacali Unitarie;
  • lo snellimento delle strutture e la forte professionalizzazione;
  • le Leghe e le Unioni Comunali quali strumenti di presidio nel territorio e di rappresentanza degli interessi.

La Cisl sarda ritiene inoltre importante per l'ulteriore rafforzamento della Organizzazione nei prossimi anni un maggiore coinvolgimento dei giovani, delle donne, degli immigrati, dei consumatori. In questa direzione si propone il potenziamento delle relative strutture e la costituzione dell'Anolf regionale. Per quanto riguarda il Coordinamento femminile, nel sottolineare l'attività svolta nell'anno duemila, il ruolo svolto sia sul versante politico che del proselitismo, la Cisl sarda ritiene di dover procedere ad una fase di ulteriore radicamento e potenziamento. Si conferma altresì l'importanza dello Ial nelle politiche delle formazione professionale, del Sicet per la tutela degli inquilini e la politica del territorio, dell'Etsi per l'organizzazione del tempo libero. Per quel che concerne il Cenasca la fase congressuale ci permetterà di completare la riflessione circa la predisposizione di un progetto di rilancio. Per quanto riguarda il patronato Inas si evidenzia la sua centralità e integrazione nel sistema dei servizi e il suo nuovo ruolo conseguente anche alla imminente riforma dei patronati e dell'assistenza.