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VIII CONGRESSO REGIONALE
DOCUMENTO
Note aggiuntive alle tracce di
discussione per il dibattito
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Premessa. L'impegno
della Cisl per un'equa distribuzione della ricchezza, per un
nuovo modello di democrazia, di giustizia e di nuove libertà
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Attualità del popolarismo
della Cisl sarda. La tutela del lavoro, la promozione e l'affermazione
dei diritti di cittadinanza come diritti della persona, partecipi
anche di una identità collettiva |
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Il Patto dei Sardi
per rimotivare i valori, le idee, i progetti, nella condivisione
e riconoscimento della soggettività del popolo sardo negli anni
2000 |
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La situazione socio
economica dell'Isola e gli impegni della Cisl per una maggiore
competitività del sistema Sardegna e la qualità dello sviluppo |
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Il sistema creditizio
e lo sviluppo |
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Il federalismo, le
riforme istituzionali, la nuova Carta Statutaria della Sardegna
e l'Assemblea Costituente per costruire la nuova Regione |
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Le riforme per lo sviluppo.
Un nuovo impianto normativo per la promozione delle risorse
umane, per la solidarietà, per l'efficienza e l'efficacia del
sistema territoriale regionale. La nuova frontiera dello sviluppo
locale, la concertazione e il partenariato sociale |
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La società della conoscenza.
Il ruolo della scienza e della ricerca nel rapporto con la società.
La Sardegna terra aperta e protetta |
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La società delle telecomunicazioni
e dell'informazione |
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Il sindacato e la politica |
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La Cisl sarda, le problematiche
organizzative, il federalismo interno e il nuovo Patto tra Usr
e Confederazione |
Cagliari 23 e 24 maggio 2001
"Hotel Mediterraneo" - Viale Armando Diaz
Premessa.L'impegno
della Cisl per un'equa distribuzione della ricchezza, per
un nuovo modello di democrazia, di giustizia e di nuove libertà
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Si è di fronte,
nel Paese, a dinamiche di natura redistributiva, indotte dal risanamento
dei conti pubblici e che attengono ad una più equa distribuzione
della ricchezza, ma anche ad un vero e proprio riposizionamento
dei poteri e ad una evoluzione dei soggetti politici e sociali.
Si propongono nuovi assetti istituzionali e si intravede un nuovo
volto delle forme giuridiche delle imprese, delle stesse rappresentanze
sociali, dei partiti e dello Stato.
È in essere una vera e propria fase costituente
che ridisegna il modello della democrazia. Un processo che ha origini
complesse e che rinvia alla crisi dello Stato/Nazione alla dissoluzione
del concetto di popolo, alle enormi difficoltà delle politiche di
inclusione dentro il potere e lo stato, alle difficoltà del riformismo
anche a seguito della crisi del Welfare State e della spesa pubblica,
come intervento di politica espansiva e di lotta alla disoccupazione.
Dentro questi avvenimenti, per così dire "costituenti",
l'impegno del sindacato e la sua attualità riguarda certamente la
tutela degli associati e la rappresentanza del lavoro, comunque
dentro una strategia rivolta al generale benessere (lo stare bene)
e all'affermazione dei diritti della persona. In primo luogo delle
categorie più deboli, anziani, portatori di handicap, emarginati,
disoccupati. Per questo motivo le politiche sociali sono parte fondamentale
di un nuovo modello di democrazia che si caratterizza prioritariamente
per la dimensione e qualità della solidarietà e delle responsabilità
riconosciute e condivise in un sistema plurale di governo.
Lungo queste riflessioni l'impegno della Cisl è
rivolto ad una più adeguata accumulazione della ricchezza, ad una
sua equa distribuzione, alla costruzione di un nuovo modello di
democrazia, di giustizia e di libertà.
Attualità
del popolarismo della Cisl sarda. La tutela del lavoro, la
promozione e l'affermazione dei diritti di cittadinanza come
diritti della persona, partecipi anche di una identità collettiva.
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La Cisl sarda è
un sindacato popolare. All'alba del nuovo secolo si è rafforzato
nelle sue caratteristiche fondamentali e peculiari questa sorta
di gene della Cisl sarda. Nella costituzione e radicamento di questa
caratteristica ha pesato non poco la dimensione e la gravità degli
aspetti economici, sociali, culturali e demografici, ma soprattutto
una "miscela" di esperienze umane, politiche e territoriali, di
volti che resteranno nella storia, ma anche di esperienze e volti
che, sconosciuti, hanno dato comunque un apporto eccezionale alla
Cisl e al mondo del lavoro.
Una sorta di microcosmo saldato dai valori fondamentali
della Cisl: l'autonomia, il pluralismo, l'humus culturale e il solidarismo
cattolico.
Ma la Cisl non è solo storia di uomini, di fatti,
di valori ormai conclamati; è la storia dell'identificazione con
le aspettative di quella determinata fase storica, la capacità di
identificarsi con lo "spirito dei tempi". La Cisl, nei momenti più
felici, ha avuto la capacità di capire e interpretare il senso del
passaggio, di carpirne i messaggi spesso più risposti, ma ricchi
di utilità per i lavoratori.
Oggi è utile sottolineare come le costruzioni sociali
complesse, quale pure noi siamo, non siano comunque immutabili,
ma soggette all'evoluzione dei tempi, ai bisogni che manifestano
periodicamente gli individui, le comunità e le società.
La Cisl sarda, profondamente radicata nella storia,
nella cultura e nelle sensibilità dell'Isola, si batte, dentro le
dinamiche della globalizzazione, per un'Europa delle Regioni, rafforzata
da un'organizzazione federale e solidale dello Stato, per uno sviluppo
locale e sostenibile, diffuso ed equilibrato.
In questi scenari il confronto con i vincoli e i
soggetti esterni deve però obbligatoriamente includere anche la
consapevolezza che i vincoli non sono solo esterni, ma anche interni
al mondo sardo, alla sua storia, alla sua cultura. Occorre che nella
prassi dei soggetti pubblici e privati, dei soggetti collettivi
come di quelli individuali si affermino allora atteggiamenti e comportamenti
orientati alla responsabilità, all'efficacia, all'efficienza, alla
legalità.
La straordinarietà della fase che stiamo vivendo,
soprattutto nella sua dimensione "costituente", rappresenta un'opportunità
eccezionale e richiede una soluzione di alto profilo a fondamento
e garanzia dei diritti collettivi del popolo sardo: il riconoscimento,
la condivisione, il protagonismo e l'attuazione.
Alla sfida di questi anni dobbiamo concorrere e contribuire
tutti con una forte progettualità, con valori consolidati e con
i frutti dell'esperienza individuale e collettiva. Sta qui il senso
del nostro cammino e dell'esperienza storica della Cisl.
In Sardegna la rappresentanza e la tutela del lavoro
assume una forte connotazione popolare non solo in virtù delle peculiarità
degli associati della Cisl, del suo radicamento nelle comunità piccole
e grandi, del protagonismo nella tutela dei diritti della persona.
della famiglia, della cultura e dei beni ambientali e storici del
territorio, ma anche perchè partecipi di una identità collettiva.
Il
Patto dei Sardi per rimotivare i valori, le idee, i progetti,
nella condivisione e riconoscimento della soggettività del
popolo sardo negli anni 2000
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In Sardegna abbiamo
conosciuto un lungo processo di inclusione e di integrazione che
ha portato all'ammodernamento complessivo della nostra Isola e all'affermazione
dei diritti più importanti sia in campo sociale che in quello politico
e istituzionale. Oggi alcune delle opzioni forti (autonomia e rinascita)
che hanno sostenuto uno storico processo di riscatto hanno esaurito
la loro spinta propulsiva. La Regione, nella dimensione speciale,
così come l'abbiamo finora conosciuta, non è più in grado di avviare
e governare i bisogni e i progetti di unificazione, integrazione,
inclusione e uguaglianza. Il fondamento dello Statuto della Regione
è venuto meno non solo per via delle dinamiche nazionali ed europee,
ma soprattutto per l'esaurirsi delle ragioni propulsive delle idee
forti.
Per questi motivi la Cisl ritiene di grande attualità
un nuovo Patto dei Sardi per rimotivare i valori, le idee, i progetti
e per unire i soggetti e le comunità della Sardegna.
Un nuovo Patto dei Sardi per:
- realizzare un nuovo modello di democrazia,
nell'ambito del federalismo interno, per costruire una nuova Regione
con una Carta Statutaria che riconosca un nuovo assetto dei poteri
tra i diversi territori dell'Isola, che negozi le nuove condizioni
all'interno della riforma della forma di Stato;
- affermare i nuovi diritti di cittadinanza
per le persone, per il sociale, per l'economia;
- consentire l'acquisizione di un nuovo ordinamento
istituzionale tramite un processo di autodeterminazione e di riforma
elettorale;
- assegnare pari dignità di rappresentanza
a tutte le comunità dell'Isola;
- individuare nel trasferimento dei poteri
alla Regione e da quest'ultima alla Comunità una delle opportunità
fondamentali per lo sviluppo e il lavoro nell'Isola;
- costruire la redistribuzione dei poteri
sulla base di un terreno programmatico di volontà comune, piuttosto
che su quello infruttuoso del semplice decentramento;
- definire uguali condizioni di abitabilità
e vivibilità nei centri minori, nelle zone rurali e nelle città;
- indicare le linee della nuova programmazione
regionale dello sviluppo attraverso la priorità delle politiche
territoriali e dello sviluppo locale.
Potrebbero essere questi gli obiettivi forti di
una costituente del popolo sardo e devono comunque essere ampiamente
condivisi.
La situazione
socio economica dell'Isola e gli impegni della Cisl per una
maggiore competitività del sistema Sardegna e la qualità dello
sviluppo
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La fase di transizione
e di profondi cambiamenti che interessa l'economia europea e nazionale
sta producendo effetti anche sulle economie regionali, con forti
ricadute sull'incidenza dei diversi settori di attività economica
sul PIL e sul valore aggiunto (processo di terziarizzazione) e conseguentemente
sulla distribuzione dell'occupazione. Alcuni di questi effetti iniziano
a mostrare i segni anche nel Mezzogiorno d'Italia e quindi in Sardegna.
Dopo le difficoltà che hanno caratterizzato i primi
anni Novanta, determinate in primo luogo dagli enormi sforzi effettuati
da tutto il nostro Paese per consentire il rispetto dei parametri
di Maastricht, la situazione economica e sociale della Sardegna
nell'ultimo quadriennio ha manifestato alcuni segnali positivi,
anche se appare difficile parlare di una vera e propria inversione
di tendenza.
La recente revisione dei conti economici regionali
operata dalla Svimez conferma infatti che dopo la fase negativa
del periodo 1993-1996 (il valore complessivo del PIL ai prezzi di
mercato è preceduto dal segno meno) il biennio 1997/1998 rivela
rispettivamente +1,3 e +1,9, valore inferiore alla media nazionale
ma comunque segnale di una leggera ripresa anche dell'apparato produttivo
isolano.
In attesa della definizione dei consuntivi, le stime
del PIL 1999 e 2000 confermano valori positivi, ipotizzati - nello
scenario di base - oscillanti tra l'1,3% e l'1,6% e da considerare
realisticamente raggiungibili tenendo conto degli scostamenti mostrati
anche da altre variabili economiche.
Tuttavia, preoccupa l'ampliamento dei divari - nel
corso degli anni novanta - rispetto ai valori medi nazionali e naturalmente
a quelli conseguiti nel Centro Nord, tenendo conto che nel decennio
precedente ci si era trovati in presenza di una sostanziale "costanza
del divario". Un dato su tutti: l'incremento medio annuo del PIL
in Sardegna nel periodo 1992/1998 è stato pari allo 0,3%, contro
l'1,2% medio nazionale, l'1,4% del Centro Nord e lo 0,4% del Mezzogiorno.
Questa preoccupazione si accentua se si osserva che
i recenti progressi mostrati sul versante della produzione di ricchezza
non sono stati altrettanto visibili sul mercato del lavoro.
Sia i dati ISTAT che quelli del Ministero del Lavoro
rivelano infatti la persistenza di pesanti squilibri tra domanda
e offerta di lavoro, sintetizzabili in un tasso di disoccupazione
attestato al 20% e nel numero di iscritti al collocamento arrivato
al tetto delle 350 mila unità. È vero che nel quadriennio 1997/2000
gli occupati sono cresciuti di quindicimila unità, ma questo è avvenuto
in presenza di un incremento del tasso di attività (prossimo al
47%), senza incidere pertanto sullo stock di persone in cerca di
occupazione.
In questo contesto appare fondamentale il ruolo
che svolgerà il sistema di interventi costruito sul Programma Operativo
Regionale per il settennio 2000/2006, ultima occasione di rilievo
per intervenire sul sistema delle imprese con un significativo livello
di incentivazione e sulla riduzione dei ritardi infrastrutturali
che caratterizzano la nostra Isola.
Sarà determinante l'efficacia delle leggi che saranno
predisposte per la spendita delle cospicue risorse comunitarie (gli
interventi del POR attiveranno undicimila miliardi di spesa), ai
fini della ancora necessaria rivisitazione dei sistemi produttivi
nel primario, del profondo cambiamento che sta interessando il comparto
manifatturiero (con una base produttiva radicalmente cambiata rispetto
a quella di appena un decennio fa), dell'evoluzione del terziario
e della presenza sempre più significativa delle nuove tecnologie
e dell'ICT anche nella nostra Isola.
La Cisl sarda ritiene urgente un impegno della Regione
Sardegna, dei partiti politici, di tutte le istituzioni, dei parlamentari
sardi, delle forze sociali per affrontare unitariamente le emergenze
del lavoro e della disoccupazione nell'Isola.
Innanzitutto nell'industria, dove accanto ai problemi
di vecchia data, ma insoluti, Scaini e Aviotec nel Villacidrese,
Cartiera di Arbatax, i siti petrolchimici in difficoltà (Ottana,
Assemini e Porto Torres), gli appalti nel settore delle telecomunicazioni
e delle costruzioni, nel settore agroindustriale e agroalimentare
(manifattura tabacchi e lattiero caseario), tessile, convivono questioni
aperte e fondamentali di natura strutturale, come ad esempio la
definizione del piano energetico regionale, del piano delle telecomunicazioni,
degli assetti idrici.
Un settore, quello industriale, che ha perso negli
ultimi dieci anni circa novemila unità lavorative e che necessita
dunque di interventi utili a garantire da un lato maggiore attrattività
per nuove aziende da localizzare nell'Isola, dall'altro migliori
e maggiori infrastrutture materiali e immateriali per abbattere
le storiche diseconomie dell'Isola.
Un altro settore strategico è l'agroalimentare che
necessita di una programmazione regionale adeguata alle dinamiche
delle politiche internazionali ed europee, sia sul versante strutturale
che delle emergenze, per ripensare anche un modello di sviluppo
agricolo. L'obiettivo è l'ammodernamento delle strutture, una seria
politica fondiaria, il ricambio generazionale, il rapporto con i
consumatori, le bioproduzioni, la selettività delle produzioni e
l'integrazione con il territorio, l'ambiente e l'intera economia
in una visione di sistema.
Su tutte le questioni qui hanno la priorità i trasporti
e il riconoscimento reale della continuità territoriale.
Fondamentale però diventa l'approvazione della Legge
regionale sul riordino degli incentivi all'industria, frutto della
concertazione tra Giunta regionale e forze sociali e oggi in attesa
di essere approvata dalla competente Commissione consiliare.
La Cisl sarda ritiene inoltre che il rilancio dell'occupazione
e dello sviluppo passi attraverso un migliore funzionamento della
pubblica amministrazione, anche a partire dall'apertura dello sportello
unico per il sistema territoriale delle imprese, della formazione
professionale e dell'istruzione, per dare priorità e centralità
al ruolo delle risorse umane nei processi dello sviluppo.
La disponibilità di risorse finanziarie da investire
in questa direzione deve essere accompagnata da una notevole accelerazione
della spesa in tutto il ciclo unico della programmazione regionale
(fondi europei, bilancio regionale, intesa istituzionale di programma,
nuovo piano di rinascita, fondi Cipe per le aree arretrate, fondi
della programmazione negoziata).
A partire dall'attuazione di quanto stabilito nel
complemento di programmazione per le risorse del Quadro Comunitario
di Sostegno 2000/2006 e del bilancio regionale per il 2001, la Cisl
sarda ritiene strategico e urgente l'attivazione, anche nei territori,
dei tavoli permanenti di partenariato sociale con il sindacato e
le altre rappresentanze istituzionali e sociali.
I Progetti Integrati Territoriali, previsti dal
complemento di programmazione, per i quali sono stati destinati
quattromila miliardi del POR, i Piani Integrati d'Area che vedranno
per il 2001, nel bilancio regionale, una dotazione finanziaria di
centocinquanta miliardi, gli strumenti della programmazione negoziata,
a valere sui fondi europei, nazionali e regionali, rappresentano
tutti una opportunità per confermare nei documenti finanziari e
di bilancio della Regione Sardegna la concertazione e il partenariato
nei territori e nei distretti industriali.
Il turismo rappresenta un'altra voce importante dell'economia
sarda. È necessaria una politica e una programmazione regionale
che, tutelando e valorizzando l'ambiente, sostenga e promuova una
crescita dei servizi, l'integrazione con il territorio, l'allungamento
della stagione, lo sviluppo dell'agriturismo e le sinergie con l'agroalimentare.
L'obiettivo strategico riguarda una maggiore e migliore
competitività, dentro un sistema di valore e regole, l'incremento
della ricchezza regionale e la garanzia di una più equa e diffusa
distribuzione a favore, soprattutto, delle categorie più deboli
ed emarginate della società sarda, con una politica territoriale
per le imprese, con l'attuazione della legislazione nazionale sugli
sgravi fiscali, sulla flessibilità, sulla riduzione del costo del
lavoro.
In questa direzione però diventa prioritario rilanciare
l'Intesa Istituzionale di Programma tra Giunta regionale e Governo,
indicando alcune priorità quali il problema energetico, la chimica
sarda, il potenziamento della Pubblica Amministrazione, la sicurezza,
l'ambiente e il territorio, la scuola e il diritto allo studio,
i trasporti e la continuità territoriale per operare una seria verifica
sugli Accordi di Programma Quadro già sottoscritti e per avviare
i nuovi accordi.
Contestualmente all'Intesa Istituzionale di Programma
la Giunta regionale deve rinegoziare condizioni e contenuti del
nuovo Piano di Rinascita della Sardegna.
Certamente la maggiore competitività del sistema
Sardegna si deve realizzare in un quadro di grande solidarietà sociale,
con l'attuazione di un piano regionale socio sanitario assistenziale
in grado di cogliere le difficoltà e le esigenze dei nuovi poveri
e delle categorie più deboli. In questa direzione è importante il
recepimento della nuova Legge nazionale sull'assistenza e la riforma
della Legge regionale n. 4/1988 (assistenza).
La Cisl sarda valuta ormai improcrastinabile una
stagione riformatrice cui devono concorrere tutti per avviare, in
tempi rapidi, un processo di ammodernamento in tutti i settori della
vita pubblica, in primo luogo con la riforma dei servizi per l'impiego,
della formazione professionale, dell'ente unico per la forestazione
e l'ambiente.
Alla base però di tutto sta l'esigenza di riformare
l'Ente Regione con una ripartizione di funzioni, compiti e poteri
che privilegi il sistema delle autonomie locali e realizzi così
il principio della sussidiarietà.
Tutti questi elementi debbono concorrere a determinare
uno sviluppo basato sulla qualità, sulla valorizzazione delle risorse
umane e locali, sulla sua capacità di attrazione e sulla sostenibilità.
Il protagonismo del territorio e la dimensione locale,
dentro queste coordinate, viene supportato ed esaltato dalla politica
della concertazione, dall'aggiornamento del modello contrattuale,
dal consolidamento degli strumenti della bilateralità, dal governo
delle flessibilità del lavoro attraverso la contrattazione.
Il sistema creditizio
e lo sviluppo
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Il sistema creditizio
e finanziario è fondamentale nella promozione dello sviluppo e del
lavoro in Sardegna. Permane invece un divario notevole tra la condizione
del settore nell'Isola e le aree forti del Paese.
Il processo di concentrazione che sta investendo
i principali gruppi bancari e finanziari nazionali e internazionali,
pur necessario, sta avendo in Sardegna una evoluzione che, al di
là degli assetti proprietari, necessita comunque di un forte radicamento
con la realtà economica e sociale (impresa e famiglia) dell'Isola.
Questo processo di cambiamento appare rilevante anche
perché le politiche di intervento a favore del sistema imprenditoriale,
che oggi e sino al 2006 saranno caratterizzate da parametri ancora
fortemente appettibili, verranno ridimensionate; servirà quindi
un nuovo ruolo del sistema creditizio e finanziario nei rapporti
credito/imprese/sviluppo, con la consapevolezza che, operando in
una economia aperta, le provviste determineranno una selezione dei
fornitori più concorrenti. In questa direzione, non solo per il
credito, sono fondamentali le reti di servizi alle imprese.
Il federalismo,
le riforme istituzionali, la nuova Carta Statutaria della
Sardegna e l'Assemblea Costituente per costruire la nuova
Regione
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Come già evidenziato
è in atto, nel Paese, un lungo percorso con dinamiche evidenti,
talvolta nascoste, per un nuovo assetto dei poteri, sul versante
economico e delle imprese, su quello politico, da tempo sul versante
sociale e delle sue rappresentanze. Si è di fronte ad un lungo itinerario
di redifinizione della democrazia italiana.
Ciò che emerge di questo conflitto sono spesso dinamiche
confuse che attengono più al predominio sul territorio delle fazioni
e delle leadership in campo, che alle tendenze reali che poi determineranno
gli assetti strutturali e di lungo periodo. Il conflitto redistributivo
indotto dal rilancio dell'economia e dal risanamento dei conti pubblici
è solo un tassello, peraltro periferico, di un più vasto disegno
che descrive il rinnovamento e i mutamenti, di breve e di lungo
periodo, negli assetti strutturali della democrazia italiana.
Viviamo una vera e propria fase costituente che riguarda
le forme, i soggetti, le rappresentanze, gli strumenti, gli ambiti
del lavoro, dello sviluppo, delle istituzioni, della politica. L'impresa,
il Sindacato, lo Stato e tutte le sue articolazioni, ad iniziare
dalle Regioni e dai Comuni, sono in forte divenire e in vista di
cambiamenti di natura epocale.
La nuova ripartizione dei poteri dà luogo ad una
nuova idea e pratica della sovranità come potere diffuso. In questa
direzione lavora e scava, ben oltre le apparenze, il principio di
sussidiarietà, soprattutto sul versante della formazione della volontà
pubblica, che diventa il perno intorno al quale costruire il vero
federalismo.
Il territorio e le sue rappresentanze diventano
ambiti fondamentali per la programmazione dello sviluppo e per l'attivazione
dei progetti, dentro le opzioni del federalismo interno (nelle regioni
e nei territori) che sostanziano la vera dimensione del federalismo
su scala nazionale e nel rapporto con l'Unione Europea, anche per
evitare nuovi centralismi.
Sono in essere avvenimenti che, nel ridisegnare un
nuovo modello di società, incidono profondamente nell'accumulazione
e nella distribuzione della ricchezza, nella affermazione dei nuovi
diritti di cittadinanza, lungo nuove possibili scelte, oltre la
globalizzazione dell'economia, la razionalità del mercato e il liberismo
sfrenato e privo di regole.
Le riforme istituzionali possono contribuire, se
si attueranno con il protagonismo di tutti i soggetti, a questa
svolta. Le modifiche determineranno, infatti, conseguenze su tutti
gli ambiti della nostra società.
Tra tutte le riforme, alcune hanno un'importanza
rilevante perché: incideranno profondamente nelle forme di finanziamento
delle regioni, determineranno una diversa allocazione della funzione
redistributiva, modificheranno l'imposizione locale, avviando una
politica di possibile stabilizzazione del reddito anche a livello
territoriale e regionale, avvieranno i presupposti per un maggiore
autogoverno delle comunità e per affermare il principio di sussidiarietà.
In questa direzione, già da oggi, vanno le modifiche
sulla fiscalità delle regioni a statuto ordinario, l'ampliamento
dell'autonomia impositiva a livello locale, la compartecipazione,
a partire dal 2002, di Comuni e Province all'Irpef, la riforma degli
statuti delle regioni ordinarie, il testo unico sugli Enti Locali.
(promesso per il mese di agosto), la riforma costituzionale relativa
ai meccanismi elettorali delle regioni, la quantificazione delle
risorse necessarie per rendere operativo il passaggio delle competenze
dallo Stato alle Regioni, previsto dalla Bassanini.
Su tutti questi argomenti è utile una grande sintesi
politica, e una proposta all'altezza della fase costituente della
democrazia italiana, che abbia come riferimento il federalismo,
ma anche l'unità nazionale ed europea, certamente i vincoli indotti
dai patti di stabilità in un quadro però di necessaria solidarietà
tra persone, soggetti e territori.
In Sardegna il superamento delle attuali difficoltà
e il governo delle questioni connesse alla riforma della forma di
Stato, al federalismo, al presente e al futuro della specialità
e specificità dell'Isola, necessitano di soluzioni di alto profilo
intorno a cui costruire i "presupposti" dei nuovi diritti collettivi
del popolo sardo.
In questa direzione l'impegno sulla nuova Carta Statutaria
della Sardegna diventa quindi prioritario, insieme agli obiettivi
dello sviluppo e del lavoro e alle riforme istituzionali, per far
fronte ai bisogni dell'Isola nell'ambito delle dinamiche nazionali
e internazionali che assegnano al nostro protagonismo il progresso
delle comunità, pena il regredire verso un ordine e un modello regional/nazionale
imposto da rapporti di forza a noi estranei.
Debbono dunque essere avviati gli adempimenti e l'iter
per l'elezione dell'Assemblea costituente, che non è solo un fatto
formale/legislativo, ma un momento che sancisce il riconoscimento,
la condivisione e l'attuazione della nuova volontà del popolo sardo.
Deve essere allora rappresentativa non solo sul versante politico/istituzionale,
con l'elezione di pochi "costituenti" eletti con il sistema proporzionale,
ma della società sarda nel suo insieme con modalità e apporti nuovi
e originali. La nuova Carta Statutaria deve cioè poter "contenere"
l'affermazione di un ruolo importante dell'associazionismo e della
società nel governo di un sistema complesso qual è la realtà sarda,
tramite la politica della concertazione e, con un ruolo del Crel
(Consiglio regionale dell'economia e del lavoro) adeguato al livello
delle riforme.
Per tutto questo la Cisl ritiene che questa importante
fase della nostra storia vada vissuta con grande partecipazione,
ragione e passione, e che nell'Assemblea Costituente vi possa essere
una rappresentanza di donne e uomini che operano nel sociale, nell'economia,
nel volontariato e nelle istituzioni locali.
Le
riforme per lo sviluppo. Un nuovo impianto normativo per la
promozione delle risorse umane, per la solidarietà, per l'efficienza
e l'efficacia del sistema territoriale regionale. La nuova
frontiera dello sviluppo locale, la concertazione e il partenariato
sociale
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Il processo di
sviluppo in Sardegna necessita di riforme che, accanto a quelle
più specificamente di natura istituzionale, rivedano i soggetti,
gli strumenti, gli obiettivi degli interventi nei diversi settori
produttivi, nei servizi, nel turismo, nella scuola, nella formazione
professionale e nel mercato del lavoro.
Il problema riguarda l'adeguatezza dell'impianto
legislativo di riferimento per veicolare le risorse finanziarie
provenienti dall'Unione Europea, dallo Stato e dalle disponibilità
regionali che, salvo poche eccezioni, è quello che si può definire
di prima e di seconda generazione.
Risale infatti, con una qual certa approssimazione, all'arco temporale
1950/1990, e riguarda quasi tutti i settori di competenza della
Regione. Solo alcune delle leggi di incentivazione, ad esempio quelle
in conto interessi e la reintroduzione del conto capitale, risalgono
ai primi anni novanta. Peraltro con uno schema monocorde che si
rifà alla Legge regionale 17/1993, e che vanno a duplicare la Legge
nazionale 488 del 1992.
Ci sono certo altre eccezioni, che non modificano
però sostanzialmente il giudizio complessivo sulla inadeguatezza
dell'impianto normativo che veicola la programmazione e la spendita
delle risorse finanziarie.
Dal punto di vista per così dire "storico" si è
di fronte, comunque, ad una normativa che ha contribuito a guidare
il processo di ammodernamento della società isolana e che ha anticipato
in diversi ambiti un similare percorso legislativo in altre regioni
e a livello nazionale.
Negli ultimi anni, per motivi diversi e conosciuti, quell'impianto
si è cristallizzato senza subire consistenti modificazioni, pur
in presenza di una realtà profondamente mutata. Ad eccezione delle
Leggi regionali 36/1998 e 37/1998, che hanno recepito un'intesa
concertata dalla Giunta regionale con il Sindacato confederale e
le parti sociali.
La lunga fase di transizione conseguente alla crisi
politico/istituzionale ha determinato, soprattutto a livello regionale,
a partire dai primi anni novanta, una stasi nella produzione legislativa
e prima ancora nella ideazione e programmazione di una politica
riformatrice. L'iniziativa riformistica, e di adeguamento alle dinamiche
e agli indirizzi nazionali e dell'Unione Europea, a prescindere
da una evoluzione sul merito, ha registrato una consistente ripresa
a livello nazionale; al contrario, in Sardegna, questo processo
tarda a decollare nonostante le sollecitazioni e le richieste del
Sindacato per un cambiamento normativo utile a veicolare le consistenti
risorse disponibili per la programmazione degli interventi rivolti
allo sviluppo e al lavoro.
Oggi, a onor del vero, in fase di approvazione della
manovra economica e finanziaria per il 2001, si è di fronte ad un
importante segnale di inversione sul piano politico e legislativo,
che attende però un ulteriore e definitiva conferma a livello di
definizione dei disegni di legge collegati alla finanziaria e di
norme di attuazione e di regolamenti. È qui che si può determinare
una vera inversione di tendenza nella programmazione dello sviluppo,
nella promozione del lavoro, nelle politiche sociali, nell'attuazione
del principio di sussidiarietà e nella pratica dello sviluppo locale
come nuovo modello di sviluppo. Rispetto ad un ritardo di anni che
va colmato in tempi rapidi, non solo per adeguarci alle dinamiche
nazionali e internazionali, ma per impellenti ed inderogabili esigenze
dell'economia, della società e delle istituzioni locali e regionali.
Si è consapevoli che la soluzione non è di natura
tecnica/legislativa, ma che si è di fronte a scelte che impongono
un rinnovamento degli strumenti, degli ambiti di intervento e dei
soggetti.
In questa direzione il segnale più importante di
cambiamento riguarda la scelta di spostare nei territori la programmazione
e la spesa per lo sviluppo. I progetti integrati territoriali (PIT),
sul Quadro Comunitario di Sostegno 2000/2006, potrebbero infatti
consentire l'utilizzo del quaranta per cento delle risorse con destinazione
vincolata per i territori, con un protagonismo sociale e istituzionale
previsto nella norma. Gli stessi piani integrati d'area (PIA) vengono
rifinanziati nella manovra per il 2001, ma rivisitati con un ruolo
importante del partenariato sociale. Inoltre, il cofinanziamento,
da parte della Regione, degli strumenti della programmazione negoziata,
oltre a evidenziare il processo di regionalizzazione dei patti territoriali
e dei contratti d'area inserisce un forte elemento di territorialità
che definisce insieme ai PIT e ai PIA un'attuazione del principio
di sussidiarietà.
L'istituzione del Crel (Consiglio Regionale dell'Economia
e del Lavoro), infine è un riconoscimento dell'importanza del sociale
nella programmazione dello sviluppo nell'Isola.
Dunque si tratta di segnali di grande rilevanza
che possono modificare sostanzialmente le politiche regionali sia
in fase di programmazione che di spesa. In questa direzione solo
alcuni riferimenti riguardano la riforma dei servizi per l'impiego,
la Legge quadro sull'industria e sugli incentivi, la nuova Legge
sulla imprenditorialità giovanile, le nuove norme per la scuola
e il diritto allo studio, la Legge quadro sulle politiche attive
del lavoro.
La
società della conoscenza. Il ruolo della scienza e della ricerca
nel rapporto con la società. La Sardegna terra aperta e protetta
|
I mutamenti e le
dinamiche in atto nell'economia, nella società, nella politica e
nelle istituzioni stanno determinando dei processi di revisione
e cambiamento in quasi tutti gli ambiti dell'organizzazione statuale,
negli assetto sociali, nei costumi e nella vita di relazione. Gli
effetti moltiplicatori indotti dai contenuti e dai meccanismi della
globalizzazione, in tutti i suoi aspetti, assumono non solo la caratteristica
della velocità, ma spesso anche la precarietà e volubilità della
virtualità e del prodotto che si consuma in una videata. Ma si è
di fronte ad un momento di grande importanza per l'impatto che questi
processi hanno nelle persone, nell'economia e nella società. Certamente
si impone l'esigenza di assegnare nuove regole al governo dell'economia
mondiale per garantire un equilibrio, una diffusione senza eccessive
distorsioni, alle indubbie positive ricadute delle nuove frontiere
della conoscenza, della scienza e dei nuovi confini dell'etica.
In questa direzione si realizza il posizionamento
più complessivo delle strutture materiali ed immateriali delle organizzazioni
sociali, semplici e complesse, ora assecondando il processo, raramente
resistendone. Per la forza e le caratteristiche di questi fenomeni
si è senz'altro di fronte ad una fase di natura epocale.
I soggetti, quelli individuali giuridici e collettivi,
ne condizionano l'evoluzione adottando obiettivi e strategie alle
nuove condizioni, frutto delle sinergie più generali e in larga
misura in sintonia con i tempi.
Le carattestiche più importanti sono la capacità
intellettuale, la velocità di acquisizione di aggiornamento, la
dotazione di una "mission". Si è di fronte dunque a quella che viene
ormai comunemente denominata "la società cognitiva" e globalizzata
che, superando ormai la tradizionale ripartizione/separazione del
sapere, saper essere, saper fare come dimensione tradizionale dell'uomo
e della divisione, del lavoro e del sapere, sollecita l'affermazione
di un "nuovo uomo" che opera una sintesi tra i diversi ambiti della
conoscenza e diventa esso stesso il punto di arrivo e l'obiettivo
della "mission". Un concetto questo che taluno ha definito "finalità
sociale prioritaria" e che va tutelata a difesa dei diritti della
persona e della stessa società.
La scuola, la formazione, l'istruzione, l'università,
la ricerca, sono più di altre e strategicamente deputate a concorrere
alla realizzazione di questo obiettivo, con la famiglia come prioritario
nucleo educativo e poi con altre agenzie e centri formativi. Proprio
per questi motivi la conoscenza e la scienza, nel sottolineare la
rilevanza anche ai fini della competitività, della crescita e dell'occupazione,
della produzione, del consumo e dell'alimentazione, della prevenzione,
della cura e della salute debbono essere libere e autonome. Ma considerata
la finalità sociale prioritaria della "persona" e le conseguenze
indotte dalle applicazioni è necessario che la conoscenza, la ricerca
e la scienza convergano comunque verso i fini della società.
Bisogna cioè aprirsi all'innovazione consapevoli
dei benefici e dei rischi che questa comporta, garantendo in un
nuovo rapporto tra ricerca e cittadini una forma di partecipazione
alla vita pubblica che dia conto di queste nuove problematiche che
coinvolgono certamente le applicazioni della conoscenza e della
scienza, ma anche l'etica, lo sviluppo sostenibile e lo stesso destino
dell'uomo.
Su questi argomenti la Sardegna è interessata ad
una valorizzazione dell'attività di ricerca, adeguando le risorse
necessarie, ad un nuovo rapporto tra università, scienza, ricerca
e istituzioni, all'innovazione tecnologica per avviare un ulteriore
e migliore ammodernamento delle strutture civili e produttive dell'Isola,
per una superiore qualità della vita e per migliorare le risorse
umane in tutti i territori.
La Sardegna dunque come terra aperta, libera e protetta
che promuove la libera e autonoma ricerca ma che assume il principio
di precauzione nella risoluzione dei problemi ancora aperti nel
campo delle biotecnologie, dell'ambiente, del clima, dell'energia.
La
società delle telecomunicazioni e dell'informazione
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Tramite le tecnologie
della comunicazione e dell'informazione ICT (Information Comunication
Technology) si modificano e spesso si sconvolgono le attività umane,
soprattutto nel campo della comunicazione e dell'informazione, banalizzando
e modificando le categorie di tempo e spazio.
Si è di fronte a una sfida che determina non solo
una nuova economia, ma un nuovo modello di società e di relazioni
tra gli individui, le organizzazioni e i sistemi semplici e complessi.
In questa direzione si rafforza l'esigenza di accrescere le capacità
di selezionare ed elaborare un'enorme mole di informazioni diffuse
in tempo reale.
Tutto ciò presuppone un ulteriore ampliamento della
conoscenza certamente sul versante delle applicazioni informatiche,
ancora di più sul merito del prodotto. Tutti gli ambiti della società
sono ormai investiti dalla rivoluzione delle tecnologie ICT: le
famiglie, le imprese, la scuola e la formazione, l'università e
la ricerca.
La stessa globalizzazione è lo stadio più evidente
del processo di cambiamento nelle tecnologie della comunicazione.
Questo inarrestabile processo implica mutamenti di
strategia nelle attività produttive e nei servizi, nell'organizzazione
e nelle relazioni esterne, condiziona l'evoluzione della nuova ripartizione
delle funzioni e dei poteri nelle riforme istituzionali.
I modelli dello sviluppo vengono rivisitati alla
luce di un nuovo rapporto tra il centro e la periferia, luoghi statici
della produzione capitalistica di merci e di una divisione internazionale
del lavoro ancorata al fordismo e alla sola dimensione fisica e
geografica del mercato. Invece, come sostiene qualcuno: "Internet
non conosce né il nord né il sud del mondo".
Il lavoro nelle sue diverse forme e condizioni assume
connotazioni diverse sia sul versante dell'offerta che della domanda,
della composizione del mercato del lavoro e della sua rappresentanza.
La stessa configurazione giuridica delle imprese e il mercato dei
capitali, l'evoluzione del diritto azionario, riflettono, nei loro
cambiamenti, le accelerazioni e le opportunità della nuova era delle
comunicazioni, delle informazioni e delle tecnologie ICT.
La posta in gioco è dunque ben altro che lo sviluppo
di un tassello nuovo e originale dell'economia mondiale, la new
economy; alle porte del nuovo millennio si modella un nuovo stile
di vita; ancora di più, le vie del sapere, la tecnologia e la scienza
modellano nella lunga durata di questa nuova frontiera una società
post moderna ma soprattutto l'homo novus del terzo millennio.
Ma di fronte all'imponenza dei processi che accompagnano
questa fase, è necessario rifuggire da atteggiamenti osannanti le
"magnifiche sorti progressive della storia", come dai cantori del
pensiero negativo.
Il governo dell'economia, con principi e regole che
governino e indirizzino il mercato nel rispetto delle specifiche
condizioni delle nazioni e dei popoli, è l'obiettivo più importante
della politica e delle rappresentanze istituzionali e sociali. In
questa direzione, in uno scenario di preoccupante fondamentalismo
economico, una corretta, libera e pluralistica comunicazione e informazione
è determinante per garantire i diritti di cittadinanza, per l'esercizio
delle libertà individuali, per la democrazia politica ed economica.
Il rischio di questi tempi è l'annullamento delle
diversità e delle specificità, a favore di una omogeneità e uniformità
da villaggio globale, dove il "pensiero unico" programma la "tradizione"
da consumare come merce culturale, la "tendenza" da imporre nella
pubblicità evidente o subliminale, il presente come evento privo
di memoria e di futuro, quindi di progetto. La comunicazione e l'informazione
debbono dunque affrancarsi da un mondo ridotto a mercato, e per
quanto contaminate, perché figlie del loro tempo, sono funzioni
libere e autonome dell'individuo e della democrazia.
"Comunicare è lo scambio di informazioni tra due
entità in grado di emettere e ricevere segnali", dunque già nella
sua fase elementare presuppone un'attività, un pluralismo, più poteri
che diano senso ai nostri sogni, dai più semplici a quelli più complessi.
È un argomento dunque di enorme attualità, di grande incidenza nella
vita politica, sociale e culturale.
Sul versante sardo (la comunicazione e l'informazione)
meriterebbero uno specifico approfondimento, non solo per le note
difficoltà del comunicare tra individui e culture locali, per la
ritrosia tutta sarda al dialogo, ma per le insufficienze delle reti
di comunicazione materiali e immateriali, per l'assenza di un adeguato
piano telematico, per la nascita di Tiscali, beneaugurante, anche
per gli effetti moltiplicatori, per le carenze e il provincialismo
dell'informazione.
In questa direzione la Regione Sardegna deve farsi
immediatamente carico di un progetto che, nel coinvolgere gli imprenditori,
il Governo nazionale, anche dentro l'Intesa Istituzionale di Programma,
porti la Sardegna nelle scelte e nelle dinamiche più avanzate della
"società dell'informazione e delle telecomunicazioni".
Il
sindacato e la politica
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Quel che è necessario
oggi affermare è una concezione nuova della democrazia e della partecipazione,
cui concorrono i soggetti più vitali, e ai quali si rapporta l'istituzione
per fondare la nuova democrazia economica e la democrazia di contratto.
In questa direzione la politica della concertazione consente, se
praticata, di realizzare certamente una politica dei redditi più
rispondente al patto di coesione sociale ed economica, ma soprattutto
di governare i processi democratici in un sistema istituzionale
e di relazioni sempre più complesso. Ci rendiamo conto di sollecitare
scommesse ambiziose, di essere fraintesi, spesso a causa del nostro
protagonismo, ma l'obiettivo che noi vogliamo perseguire è lo stesso
che ha condotto i fondatori della Cisl a dare vita a un'organizzazione
sindacale che nel tutelare gli iscritti si fa carico di interessi
generali. La sfida deve essere raccolta dal gruppo dirigente della
Cisl e dai nostri associati, anche perchè noi siamo stati dalle
origini un vero soggetto di cambiamento. Dobbiamo cioè continuare
ad essere autorità salariale ma anche agenti di sviluppo nel territorio.
La contrattazione e la concertazione sono rispettivamente uno strumento
e una politica utile allo scopo. Soprattutto in un ambito territoriale
e regionale, che noi individuiamo come dimensione utile a governare
le scelte che attengono all'accumulazione e distribuzione della
ricchezza, al controllo e alla valorizzazione delle risorse, alla
determinazione e di-fesa del salario e del suo potere di acquisto.
Su questo versante l'avvio di un nuovo contenzioso
sulle tariffe e sui prezzi ci apre nuovi orizzonti sia per difendere
il salario reale e tenere sotto controllo la dinamica dell'inflazione,
sia per individuare nuove risorse da destinare allo sviluppo. Nello
specifico, ad esempio, la gestione a livello territoriale, ma anche
a livello regionale, dell'addizionale Irpef ci obbliga a concertare
con gli Enti locali e con la Regione Sardegna politiche di controllo
del prelievo fiscale e tariffario e, insieme, i vincoli sulla destinazione
delle risorse. Dunque, come anche questo esempio dimostra, la transizione
riguarda certamente le istituzioni, pure il Sindacato e noi stessi
come sindacalisti.
L'altro aspetto fondamentale del cambiamento coinvolge
il rapporto tra il Sindacato e alcuni mondi vitali, in primo luogo
la politica. Non abbiamo di certo timore della contaminazione, noi
continueremo a restare solo un Sindacato. Certamente un Sindacato
nuovo per gli anni 2000. Questo non significa che il rapporto con
la politica sarà quello descritto e voluto da Mario Romani e Giulio
Pastore. Infatti i nostri fondatori hanno costruito un'Organizzazione
e voluto uno Statuto che rispondeva alle esigenze della società,
della politica, delle istituzioni e della loro evoluzione nello
specifico degli anni '50 e '60. La nostra opinione è che nella scelta
di restare solo un Sindacato si debba comunque riscrivere il rapporto
con la politica, con le istituzioni e, contestualmente, come già
detto rivedere anche lo Statuto della nostra Organizzazione.
La nostra costituzione, quella formale, è infatti
superata dalle cose di tutti i giorni. Dunque dobbiamo avere l'intelligenza
di risolvere le difficoltà di tipo statutario, anche sul versante
dei principi più consolidati, evitando di farci governare o dal
Collegio dei Probiviri o da atteggiamenti e comportamenti che nei
fatti determinano una vera e propria costituzione materiale in contrapposizione
con quella formale. Anche se, a onor del vero, nel rapporto con
la politica la Cisl ha vissuto fasi diverse e contrastanti. Fasi
diversissime che testimoniano l'originalità della Cisl e, insieme,
la caratteristica del cambiamento che ci ha connotato in questi
50 anni.
Alcune considerazioni su questo aspetto riteniamo,
in conclusione, di doverle fare. L'originalità del nostro rapporto
con la politica deriva, appunto, dalla capacità che ha la Cisl di
modellare i propri comportamenti sulla base dello spirito del tempo.
Non un atteggiamento opportunistico ma, l'esclusiva volontà di interpretare
i bisogni degli associati e l'interesse generale. Certo, qualche
volta la contrapposizione al sistema politico istituzionale deriva
forse dalla nostra ruvidezza di dirigenti sindacali e dall'esigenza
di ritagliarci uno spazio di protagonismo. Molto però riguarda la
nostra idea di autonomia che ci porta ad essere scomodi comunque
e per qualsivoglia governo.
In questo momento gran parte delle nostre difficoltà
nel rapporto con il Governo, per certi versi anche con i partiti,
deriva da un meccanismo di competitività che si è instaurato tra
noi e il sistema politico, proprio perchè noi si opera in regime
di surroga. Abbiamo portato cioè la Cisl a competere su un terreno
che fino a ieri era proprio della politica. La concertazione, la
democrazia economica, la democrazia politica e di contratto ci hanno
infatti condotto, per esigenze storiche, spesso straordinarie, a
competere con il sistema politico e con i partiti. Dal 1989 ad oggi
se non si fosse operato in regime di surroga probabilmente la storia
di questo paese sarebbe stata sostanzialmente diversa. Più che di
una surroga riteniamo si tratti di una vera e propria connotazione,
un modo di essere cioè del Sindacato in questo fine secolo. La crisi
dello Stato per un verso, del partito quale rappresentanza di mediazione
di interessi per altro verso, ha modellato la nostra ragione sociale
su un versante storicamente inusitato. Valga come esempio la manifestazione
di Cgil Cisl Uil a Milano per l'unità nazionale nel corso del 1997.
A scanso di equivoci accanto a questa valutazione
è utile evidenziarne un'altra: il Sindacato deve contribuire a ricostruire
e rilanciare il ruolo dei partiti nel nostro Paese. Il sistema politico
e la nostra democrazia si fonda sul ruolo importante dei partiti
e delle associazioni che a vario titolo rappresentano il sociale.
Certo, per un lungo periodo dovremo continuare a spiegare a noi
stessi e agli altri che il confine tra la rappresentanza sociale
degli interessi e la mediazione politica è labile e spesso inconsistente.
Questa labilità è il prodotto di una necessità storica. Noi riteniamo
che, a differenza degli anni '40 e '50, che ha visto il movimento
sindacale rinascere come una proiezione politica, oggi spetti al
sociale e al sindacato rivitalizzare il sistema politico e sostanziare
le radici sociali dei partiti.
Il sindacato infatti è rimasto immune dalla violenta
escursione del sistema giudiziario e dalle crisi ricorrenti che
hanno falcidiato le leadership ma anche le radici sociali e gli
obiettivi strategici dei partiti storici della democrazia italiana.
Noi oggi abbiamo, se ne saremo capaci, questo compito storico: contribuire
a rilanciare la politica a partire dalla qualità dei suoi gruppi
dirigenti, di ridarle anche senso, passione e progettualità. Se
ciò non accade questa transizione diventerà infinita, e anche il
sindacato non potrà restare immune per molto tempo dalle ricorrenti
crisi di questo sistema. Dobbiamo dunque essere capaci di interpretare
al meglio i bisogni di questi tempi, di riconoscere la necessità
di un nostro cambiamento e, contestualmente, di contribuire a rilanciare
la democrazia nel nostro paese. Il rischio da evitare è quello della
eccessiva sicurezza e del conservatorismo, che spesso non ci consentono
di leggere negli avvenimenti e di guardare con la necessaria serietà
all'avvenire.
La
Cisl sarda, le problematiche organizzative, il federalismo
interno e il nuovo Patto tra Usr e Confederazione
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La Cisl adegua
la propria organizzazione ai cambiamenti della società, del mercato
del lavoro, dell'economia e delle istituzioni. Contestualmente contribuisce
alla loro evoluzione.
La proposta politica e la rappresentanza degli interessi
orienta e determina la vita democratica interna, le strutture organizzative
e di rappresentanza, i contenuti e la gestione dello statuto.
La Cisl sarda ritiene che il federalismo interno,
l'assunzione dei principi di sussidiarietà e solidarietà, possano
rappresentare un terreno di confronto unitario per l'ulteriore proseguo
della riforma organizzativa della Cisl. Anche per questo si propone
alla Confederazione la rivisitazione e il potenziamento del "Patto
di Solidarietà" siglato nel 1987 dalla Segreteria confederale e
dalla Segreteria della Usr.
La Cisl sarda individua nell'attività integrata
dei servizi agli associati, e nella loro programmazione e gestione
unitaria, una delle forme più importanti di tutela e di difesa del
reddito e del potere d'acquisto salariale e familiare.
Nel progetto organizzativo e di rappresentanza della
Cisl sarda gli altri aspetti prioritari sono:
- la nuova rappresentanza di interessi e
l'individuazione di forme organizzative e statutarie per rappresentare
il lavoro che cambia;
- la formazione di base e la politica dei
quadri per nuovi dirigenti;
- le politiche del proselitismo;
- il ruolo delle rappresentanze dei base e
delle Rappresentanze Sindacali Unitarie;
- lo snellimento delle strutture e la forte
professionalizzazione;
- le Leghe e le Unioni Comunali quali strumenti
di presidio nel territorio e di rappresentanza degli interessi.
La Cisl sarda ritiene inoltre importante per l'ulteriore
rafforzamento della Organizzazione nei prossimi anni un maggiore
coinvolgimento dei giovani, delle donne, degli immigrati, dei consumatori.
In questa direzione si propone il potenziamento delle relative strutture
e la costituzione dell'Anolf regionale. Per quanto riguarda il Coordinamento
femminile, nel sottolineare l'attività svolta nell'anno duemila,
il ruolo svolto sia sul versante politico che del proselitismo,
la Cisl sarda ritiene di dover procedere ad una fase di ulteriore
radicamento e potenziamento. Si conferma altresì l'importanza dello
Ial nelle politiche delle formazione professionale, del Sicet per
la tutela degli inquilini e la politica del territorio, dell'Etsi
per l'organizzazione del tempo libero. Per quel che concerne il
Cenasca la fase congressuale ci permetterà di completare la riflessione
circa la predisposizione di un progetto di rilancio. Per quanto
riguarda il patronato Inas si evidenzia la sua centralità e integrazione
nel sistema dei servizi e il suo nuovo ruolo conseguente anche alla
imminente riforma dei patronati e dell'assistenza.
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